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Senegal: quando il “cambiamento” si divide in due

Senegal Dioma e sonko

Il presidente Faye ha destituito il primo ministro Sonko. Ma chi tradisce il mandato popolare del 2024?

Nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2026, un decreto letto in televisione ha spaccato quello che sembrava un progetto politico indistruttibile. Il presidente Bassirou Diomaye Faye ha destituito il primo ministro Ousmane Sonko e sciolto l’intero governo. Due anni dopo la vittoria storica che li aveva portati insieme al potere, i simboli del “cambiamento” senegalese si ritrovano su fronti opposti.

La storia è nota: Sonko, fondatore del partito Pastef — Patriotes Africains du Sénégal pour le Travail, l’Éthique et la Fraternité — era stato escluso dalla corsa presidenziale del 2024 per una condanna per diffamazione considerata da molti politicamente motivata. Aveva allora sostenuto il suo compagno di lotta Faye, che aveva vinto le elezioni con lo slogan “Diomaye è Sonko”. Un’identità condivisa, un mandato popolare che sembrava inscindibile.

“Ce soir je dormirai le cÅ“ur léger à la cité Keur Gorgui.”

— Ousmane Sonko su X, poche ore dopo la destituzione

La frattura ha radici reali. Le divergenze si sono accumulate su tre fronti: la gestione della crisi del debito (il FMI ha congelato 1,8 miliardi di dollari di aiuti), il rifiuto di Sonko di aumentare i prezzi dei carburanti per contenere il deficit, e — forse soprattutto — una riforma della legge elettorale che avrebbe aperto a Sonko la strada per la presidenza nel 2029. Faye si è rifiutato di firmarla, parlando di norme “costruite attorno a un singolo individuo”.

Nelle piazze di Dakar e delle principali città senegalesi, la risposta è stata immediata. Migliaia di giovani sono scesi in strada in segno di solidarietà con l’ex premier. Le voci che circolano nei quartieri popolari parlano di tradimento, di un presidente che si sta avvicinando alle logiche dell’establishment che diceva di combattere. Ma si sentono anche voci diverse: chi ritiene che Faye stia cercando di governare davvero, senza essere ostaggio dell’ingombrante figura del fondatore del movimento.

Quel che è certo è che il Pastef controlla ancora l’Assemblea nazionale. Sonko ha ancora il suo popolo. E il Senegal — uno dei paesi storicamente più stabili dell’Africa occidentale — si trova davanti a una biforcazione. Non è una crisi istituzionale. È una crisi di visione: chi decide cos’è il cambiamento, e per chi.

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