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Sudafrica: quando la povertà cerca un nemico invece che le cause

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Sudafrica: quando la povertà cerca un nemico invece che le cause

Negli ultimi mesi il Sudafrica è attraversato da una nuova ondata di violenza xenofoba. Da Johannesburg a Durban, da Pretoria a Cape Town, cortei di manifestanti anti-immigrati marciano al grido di “Mabahambe” — “devono andarsene” — arrivando a compiere “arresti” e controlli documenti senza alcuna autorità legale per farlo. Negozi di proprietà straniera sono stati assaltati, persone cacciate dalle loro case, e diversi migranti sono stati uccisi. A Mossel Bay le case di alcuni migranti sarebbero state distrutte negli attacchi, e a Pietermaritzburg un uomo malawiano è stato ucciso da una folla, costringendo centinaia di persone a rifugiarsi in chiese e moschee.

Dietro la protesta ci sono movimenti come Operation Dudula e March and March, che si presentano come risposta alla disoccupazione, alla criminalità e al collasso dei servizi pubblici. Ma i numeri raccontano una storia più complessa di quella che i loro slogan suggeriscono: il tasso di disoccupazione sudafricano ha toccato il 32% nei primi mesi del 2026, con 350.000 posti di lavoro persi e i giovani i più colpiti — un dato strutturale che nessuna deportazione di massa può risolvere. Né la disoccupazione né la criminalità possono essere attribuite unicamente all’immigrazione, ma derivano piuttosto da anni di stagnazione economica e cattiva gestione governativa.

Chi soffia sul fuoco

Un’inchiesta della testata investigativa sudafricana Daily Maverick ha mostrato quanto poco spontanea sia questa ondata: un singolo cluster online legato a Operation Dudula ha generato oltre un terzo di tutti i contenuti anti-immigrati analizzati, pur rappresentando una minoranza degli utenti — un segnale tipico di comunicazione coordinata e non di indignazione popolare diffusa. Appelli per persone scomparse si sono progressivamente fusi con hashtag come #Abahambe e #PutSouthAfricansFirst, trasformando il dolore reale di alcune famiglie in propaganda contro un intero gruppo di persone.

Il capro espiatorio e la sua funzione

È una dinamica che Time For Africa conosce bene, perché la incontriamo — capovolta — anche nel modo in cui l’Europa guarda ai migranti africani: quando le disuguaglianze strutturali non trovano risposta politica, la rabbia sociale ha bisogno di un bersaglio visibile, e i più vulnerabili — spesso altrettanto poveri, altrettanto esclusi — diventano il bersaglio più a portata di mano. Diversi analisti sudafricani lo dicono con chiarezza: i gruppi vigilantes si nutrono delle frustrazioni del paese, della regressione dei diritti socioeconomici e della mancata risposta alle disuguaglianze ereditate dall’apartheid — non della presenza degli immigrati in sé.

Non è un caso isolato sudafricano: è la stessa logica che, con altri nomi, attraversa molte democrazie in difficoltà economica — compresa l’Europa.

Un’altra voce, dal basso

Ma il Sudafrica non è solo questo. A Tembelihle, insediamento informale alla periferia di Johannesburg, circa 300 residenti si sono riuniti su iniziativa di un comitato di quartiere che si oppone da tempo alla violenza xenofoba, proprio per disinnescare la tensione prima che esplodesse. È un dettaglio che i titoli internazionali raccontano appena, ma che a Time For Africa interessa moltissimo: dentro le comunità più povere, quelle più esposte alla propaganda del “nemico straniero”, esistono anche reti di solidarietà che scelgono la reciprocità invece della caccia al capro espiatorio.

Perché ci riguarda

Da anni Time For Africa lavora sul principio che la povertà non si combatte contrapponendo poveri a poveri, ma costruendo comunità educanti, welfare generativo, economia della solidarietà. Quello che accade oggi in Sudafrica è un promemoria severo: le disuguaglianze non affrontate non scompaiono, cercano un nemico. Il nostro compito — a Udine come a Maputo,a Lagos o in Zimbabwe — è continuare a offrire un’altra narrazione possibile: quella della connessione, non della divisione.


Fonti

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