Il ricovero in ospedale di Allessandro Di Battista (speriamo si risolva tutto per il meglio) ha contribuito a sollevare la questione Cubana che nessuna diplomazia ufficiale vuole vedere , mentre i media si girano dall’altra parte, un semplice viaggio riaccende una domanda che la politica italiana evita da anni: chi ha davvero prodotto questa crisi, e perché nessuno lo dice ad alta voce?
Il nostro punto di vista:
Cuba non è mai stata lasciata in pace
Sessantacinque anni di blocco economico non sono un incidente della storia. Sono una politica, voluta, mantenuta, aggiornata di amministrazione in amministrazione — democratica o repubblicana che fosse — con un solo obiettivo dichiarato fin dal principio: piegare un piccolo paese caraibico reo di aver scelto la propria strada.
Una linea che non si è mai spezzata
Dal 1960 a oggi, contro Cuba si sono susseguiti: un embargo commerciale, finanziario e creditizio tra i più duri e duraturi della storia moderna; un’invasione fallita (Baia dei Porci, 1961); anni di operazioni clandestine di sabotaggio e destabilizzazione (Operazione Mongoose); decine di
tentativi documentati di assassinio di Fidel Castro; leggi extraterritoriali che colpiscono paesi terzi per il solo fatto di commerciare con l’Avana (Torricelli Act 1992, Helms-Burton 1996). Ogni anno, quasi tutti i paesi del mondo — inclusi gli alleati storici di Washington — votano all’ONU per chiedere la fine del blocco. Ogni anno gli Stati Uniti (con Israele) votano contro. Non è più opinione: è un dato che si ripete da oltre trent’anni, quasi senza eccezioni.
Chi conosce anche solo superficialmente questa storia — e non serve essere marxisti per farlo, basta leggere i documenti declassificati del Dipartimento di Stato — sa che l’obiettivo dichiarato negli anni ’60 era esplicito: creare “disillusione e sfiducia” attraverso “difficoltà economiche” per portare “fame, disperazione e rovesciamento del governo”. Non è un’interpretazione: è scritto nei memorandum.
Il presente ha un nome e un cognome
Se qualcuno pensava che il record di ostilità appartenesse al passato, gli ultimi mesi lo smentiscono. L’amministrazione Trump ha rimesso Cuba nella lista degli “Stati sponsor del terrorismo” — una designazione che blocca l’accesso a finanziamenti internazionali, spaventa banche e fornitori terzi, e colpisce prima di tutto sanità e importazione di beni essenziali, non certo un’élite di potere che i mezzi per arrangiarsi li trova sempre. Ha inasprito le sanzioni sul settore energetico e sulle rimesse. E a orientare questa linea c’è, non a caso, Marco Rubio: cubano-americano di Miami, tra i falchi anti-castristi più storicamente intransigenti del Congresso USA, oggi ai vertici della politica estera americana — un uomo che della propria origine cubana ha fatto, per tutta la carriera politica, non un ponte ma un’arma.
Il risultato è una popolazione allo stremo: blackout prolungati, carenza di farmaci, carburante razionato, un’emigrazione di massa senza precedenti dal 1959. Chi guarda solo a questo e conclude “ecco, il socialismo fallisce sempre” sceglie di non vedere la variabile più semplice e più documentata: un paese sotto assedio economico permanente da oltre sei decadi non fallisce nel vuoto.
Sì, anche Cuba ha le sue colpe
Non si tratta di negare gli errori interni: un’economia centralizzata rigida, una burocrazia spesso inefficiente, un’élite di potere che non sempre ha condiviso i sacrifici richiesti al resto della popolazione, un pluralismo politico limitato. Chi ama Cuba per la sua storia di dignità e resistenza non le deve sconti facili. Ma pretendere di giudicare i risultati di un sistema economico senza tener conto che gli è stato impedito, sistematicamente e deliberatamente, l’accesso a credito, mercati, tecnologia e persino farmaci prodotti con più del 10% di componenti americani — questo non è analisi, è comodo revisionismo.
E l’Italia guarda altrove
Mentre la crisi umanitaria si aggrava, l’Italia — paese che pure ha relazioni diplomatiche e storiche solide con Cuba — resta silenziosa. Nessuna voce forte in sede europea per chiedere la fine del blocco, nessuna pressione reale, nessuna solidarietà concreta all’altezza della retorica di amicizia dei decenni passati. Si preferisce il silenzio diplomatico, comodo e a costo zero, mentre a pagare il conto sono ospedali senza farmaci e famiglie senza elettricità.
La solidarietà non è un gesto simbolico quando il problema è strutturale. È una scelta politica precisa: o si nomina chi ha creato questa crisi, o si finisce per esserne complici col silenzio. 
